IL MUSEO DELLO SCARPONE DI MONTEBELLUNA

LA STORIA DI UN DISTRETTO E DELLA SUA POPOLAZIONE RIPERCORSA ATTRAVERSO UN SECOLO DI TESTIMONIANZE ARTIGIANALI ED INDUSTRIALI.

Pidigi Club dopo aver visitato per voi il Museo del Calzado di Elda, illustra in queste pagine una importante struttura museale italiana dedicata alla calzatura: il Museo dello scarpone di Montebelluna in provincia di Treviso. Ospitato nella suggestiva e panoramica cornice di Villa Zuccareda Binetti, il museo montelliano si articola in diverse sale poste nei piani superiori di una villa veneta dell’800 perfettamente ristrutturata. Durante la nostra visita abbiamo incontrato il direttore della Fondazione Museo dello Scarpone, il Prof. Aldo Durante vera e propria “anima” organizzativa della struttura.

Prof. Durante da quanto tempo si occupa della direzione di questo museo?

«Dal 1984 anno dalla sua nascita, sono stato uno dei principali artefici della costruzione di questo museo. Prima di questo incarico ho lavorato come dirigente nella pubblica amministrazione per circa vent’anni»

Quali sono gli obiettivi di questa fondazione?

«Il nostro obiettivo non è solo quello di celebrare la vocazione produttiva di questo distretto, presso questa struttura vogliamo creare un polo dell’innovazione e della formazione a disposizione degli imprenditori e degli addetti ai lavori. Sicuramente vogliamo essere la memoria storica di quest’area, ma il nostro scopo è anche quello di essere un punto di riferimento per il futuro delle aziende del nostro distretto; ci piacerebbe che una parte del progresso di questa zona passasse anche attraverso le sale del museo.»

Come raggiungerete questi obiettivi?

«La missione della Fondazione Museo dello Scarpone si riassume in questi quattro punti: raccogliere la memoria storico/industriale del distretto montelliano, proporsi come un punto di incontro qualificato per tutti gli imprenditori del settore, promuovere e gestire progetti di formazione rivolti ai giovani ed agli artigiani e, per concludere, essere gli ambasciatori del Made in Montebelluna nel mondo. Questi obiettivi strategici sono stati raggiunti attraverso la realizzazione di alcune iniziative importanti. È da circa due anni che la nostra fondazione promuove progetti di ricerca sull’innovazione destinata alle aziende del nostro comparto. Attualmente ci stiamo occupando del reperimento di fondi dell’Unione Europea attraverso i quali far realizzare un software che riduca i tempi di progettazione di uno scarpone da sci. Sempre in questo periodo, siamo riusciti inoltre a promuovere la costituzione di un osservatorio permanente sulla moda che analizzi e studi le tendenze di oggi e di domani per proporre calzature sportive in linea con le aspettative della gente.»

Ma l’attività della vostra fondazione è rivolta solo agli imprenditori della zona?

«Certamente no, visitando le sale della mostra noterete come ogni tappa dell’evoluzione industriale dei prodotti sia confrontata con le testimonianze storiche dello sviluppo sociale, economico e demografico di tutti i paesi del distretto. Vorrei citare l’esempio della rassegna che stiamo ospitando in questi giorni: “I Veneti imparano a scrivere” è una mostra dedicata ai problemi culturali che l’analfabetismo aveva innestato nella nostra zona, con grande pazienza e attenzione abbiamo documentato un’evoluzione importante della nostra gente: il passaggio dalla cultura orale a quella scritta.»

In che modo la memoria storica di un distretto può essere utile alle aziende che vi operano?

«Vi faccio un esempio, nelle sale superiori potete vedere alcuni tipi di chiusura a gancio degli scarponi da sci che risalgono a vent’anni fa, ma che sono identici a quelli attuali. In una teca delle prime stanze si può vedere un esemplare di scarpone con chiusura posteriore che dimostra come, nel passato di questo settore, sia già stato inventato tutto.»

Come si articola la vostra attività formativa?

«Abbiamo svolto diversi seminari per gli imprenditori e gli artigiani della zona, in questi anni abbiamo organizzato dei corsi grazie ai quali si sono formati circa trecento tecnici, il 70% di questi ha trovato subito occupazione. Posso quindi affermare che la nostra fondazione è cresciuta rapidamente, all’inizio avevamo un bilancio annuale di dodici milioni, oggi siamo arrivati a 1,3 miliardi.»

Il 20 luglio di quest’anno avete organizzato una giornata tecnologica con PIDIGI, quale riscontro avete avuto?

«Come ho già affermato l’obiettivo del nostro museo è quello di essere anche un polo destinato alla cultura d’impresa e non un semplice show room di settore, ecco quindi che iniziative come quella che ha visto coinvolta Pidigi sono importantissime per noi; il riscontro dei partecipanti infatti è stato più che positivo.»

 Claudio Baglieri

  

VISITA GUIDATA AL MUSEO

La struttura museale si articola in dieci sale allestite nei due piani di una villa che conserva anche delle bellissime stanze risalenti al ‘500. L’ingresso si trova al piano terreno insieme agli uffici direzionali, una reception per il pubblico e due sale riunioni destinate agli incontri collettivi. E ora passiamo alla visita vera e propria.

1ª sala: «attrezzi e testimonianze del VII secolo» - in uno spazio ricavato nel sottotetto di villa Zuccareda Binetti, si trovano le prime testimonianze degli strumenti artigianali grazie ai quali l’arte calzaturiera venne importata dalla vicina Repubblica Veneziana, nella Serenissima infatti la fabbricazione artigianale di calzature risale al XIV secolo.

2ª sala: «la dimensione artigianale» - siamo nell’800 e nella zona si afferma definitivamente la produzione artigianale; ne sono buona testimonianza le diverse tipologie di attrezzi, i rudimentali tavoli da lavoro ed alcune calzature da montagna realizzate in quel periodo.

3ª sala: «la scarpa nella Grande Guerra del 15/18» - gli artigiani della zona non sono in grado di soddisfare i volumi produttivi richiesti dalle commesse dell’esercito italiano, però la guerra fornisce un impulso tecnologico che si rivelerà determinante per produrre in seguito le calzature sportive da montagna. In questa sezione si possono ammirare degli esemplari unici di soprascarpe militari per sentinelle realizzate con una tomaia in feltro e la suola in legno.

4ª sala: «lo sport: lusso per benestanti» - nelle diverse teche si possono vedere le migliori realizzazioni sportive del primo dopoguerra, quando lo sci era uno sport di lusso. In una teca si può ammirare una stupenda scarpa da golf che dimostra come la moda odierna sia soggetta a continui richiami al passato; nonostante l’età il modello della Dolomite sembra costruito oggi!

5ª sala: «gli anni ’50, Montebelluna sul K2» - tutto lo spazio della stanza è dedicato alla leggendaria spedizione italiana sul K2, in vetrina ci sono gli scarponi Dolomite originali che Ardito Desio ed Achille Compagnoni utilizzarono nel 1954.

6ª sala: «anni ’60, lo scarpone da sci leader del distretto» - alcune vetrine dimostrano come la specializzazione produttiva si affini e compaiano le prime chiusure a gancio già nel 1962.

7ª sala: «anni ’70, il trionfo della plastica lo sci diventa sport di massa» - con l’avvento delle materie plastiche lo scarpone da sci muta le sue prestazioni, il suo design ed il suo costo.

8ª sala: «anni ’80 le diversificazioni produttive, tennis, calcio, pattinaggio, motociclismo, ecc.» - la crisi degli sport invernali spinge le aziende a specializzarsi nella produzione di scarpe sportive per molti sport, nascono marchi come Lotto, Alpinestars e Diadora. In una teca lo stivale originale del motociclista Kenny Roberts dimostra con quanta grinta abbia guidato per conquistare il titolo mondiale della 500 nel 1978.

5ª sala sez. B: «anni ’80 la scarpa da montagna diventa trekking» - in questi anni arrivano le prime stazioni CAD per progettare calzature che devono incontrare il gradimento di un pubblico che ha scoperto la scarpa sportiva come accessorio da usare tutti i giorni.

9ª sala: «anni 80/90 le scarpe dei campioni» - ormai la specializzazione produttiva del distretto di Montebelluna è così forte che i diversi marchi della zona si trovano ai piedi dei più grandi campioni dello sport. Nelle diverse teche ci sono le scarpe originali dello sciatore Stenmark (Caber), del grande Zeno Colò (Nordica), dell’olimpionica Gabriella Dorio (Diadora), del tennista Boris Becker (Diadora), del campione del mondo classe 250 Max Biaggi (Alpinestars), di Francesco Moser quando battè il record dell’ora (Diadora) ed altre numerose testimonianze dei successi “nati” a Montebelluna. Alle pareti della stanza i poster della Lotto ricordano come in quel periodo quasi tutta la serie A di calcio (Milan, Inter, Napoli, Roma, ecc.) calzasse scarpette prodotte dal marchio montelliano. Un secondo poster, mostra il team F1 della Mc Laren con i suoi piloti Alain Prost ed Ayrton Senna che calzano scarpette da pilota “firmate” Diadora. Negli occhi di Senna si legge ancora la serena determinazione di un grande campione; in momenti come questo è facile ricordare le sue imprese ed è altrettanto semplice sorprendersi a riflettere sulla sua scomparsa.

10ª sala: «il distretto oggi: l’arrivo delle multinazionali» - è l’ultimo capitolo (almeno per il momento) della storia di questo distretto industriale, l’arrivo delle multinazionali che hanno fatto incetta di marchi della zona non ha snaturato la competitività dei prodotti Made in Montebelluna; la dimostrazione? Basta guardare le scarpe allineate ordinatamente per ritrovare tutto il gusto, lo stile, la cura e la qualità che hanno reso famosi questi prodotti nel mondo.